Fine anni 70: quando i loghi arrivarono sui vestiti (e all’inizio facevano storcere il naso!)

Negli anni ‘70, i marchi iniziano a comparire sugli abiti sportivi e casual, rivoluzionando la moda. Ma all’inizio, non tutti erano d’accordo! Scopri perché.

A cura di Paolo Privitera
07 marzo 2025 16:00
Fine anni 70: quando i loghi arrivarono sui vestiti (e all’inizio facevano storcere il naso!) -
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Fino alla fine degli anni ‘70, i vestiti erano semplicemente… vestiti. Nessun logo, nessun marchio in bella vista, solo stoffa, colori e tagli di tendenza. Poi accadde qualcosa che avrebbe cambiato la moda per sempre: i brand iniziarono a stampare il proprio nome sugli abiti sportivi e casual!

Il primo grande passo: lo sport diventa vetrina

Tutto partì dal mondo dello sport. Marchi come Adidas, Puma e Fila iniziarono a mettere i loro loghi sulle tute, le maglie e le scarpe, trasformando ogni atleta in un vero e proprio testimonial ambulante. Da lì a poco, anche i ragazzi comuni iniziarono a desiderare capi firmati, da sfoggiare non solo in palestra, ma anche per strada.

Da look anonimi a status symbol

In pochi anni, il logo divenne più importante del capo stesso. Non si trattava più solo di vestiti, ma di identità: indossare una felpa con il logo Nike o una t-shirt con il simbolo Lacoste significava distinguersi e mostrare appartenenza a uno stile di vita.

All’inizio non tutti lo accettavano…

Quando i loghi iniziarono a diffondersi, molti storsero il naso. Alcuni ritenevano che fosse ridicolo pagare per fare pubblicità a un marchio, mentre altri difendevano questa nuova tendenza come un segno di modernità. Ma alla fine, il logo vinse su tutto… e oggi è praticamente OVUNQUE!

Un dettaglio che non conosci

Sapevi che il primissimo brand a mettere un logo sugli abiti casual fu Lacoste negli anni 30?  Il famoso coccodrillo sulle polo fu un’idea rivoluzionaria, ma dovettero passare decenni prima che tutti gli altri marchi seguissero l’esempio e trasformassero i loghi in un simbolo di stile!

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