In Italia la maggiore età viene abbassata da 21 a 18 anni: la riforma del 1975 che ridefinì diritti e responsabilità

In Italia la maggiore età viene abbassata da 21 a 18 anni: il 6 marzo 1975 entra in vigore una riforma che amplia diritti e ruoli dei giovani.

A cura di Alex Memoli Alex Memoli
06 marzo 2026 00:31
In Italia la maggiore età viene abbassata da 21 a 18 anni: la riforma del 1975 che ridefinì diritti e responsabilità -
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Il 6 marzo 1975 rappresenta una data di svolta per il diritto civile italiano: In Italia la maggiore età viene abbassata da 21 a 18 anni, trasformando il quadro normativo che regola il passaggio all'eta adulta. La riforma ha attribuito ai giovani la piena capacità giuridica a 18 anni, con effetti pratici come il diritto di voto, la possibilità di sposarsi senza il consenso dei genitori e di stipulare contratti autonomamente.

Contesto storico

La misura va letta nel più ampio clima dei anni '70, caratterizzato da forti fermenti sociali e da un'accelerazione delle riforme civili. In quel decennio emersero istanze provenienti dai movimenti giovanili, dal femminismo e dalle forze che chiedevano una modernizzazione del diritto di famiglia e delle norme sulla responsabilità individuale. La decisione di abbassare la maggiore età si inserisce in un percorso di modernizzazione legislativa volto ad allineare l'ordinamento alle nuove esigenze sociali.

Cosa cambiò concretamente

La riduzione da 21 a 18 anni ha operato una differenziazione netta tra età biologica e capacità legale: da quel momento un cittadino di 18 anni poteva esercitare pieni diritti civili, come il voto attivo e passivo, oltre a firmare contratti di lavoro e di locazione e ad assumere obblighi e responsabilità senza l'intervento di tutori o genitori. In ambito familiare, la possibilità di contrarre matrimonio senza il consenso genitoriale ha avuto ricadute significative sulle dinamiche domestiche e sulle relazioni intergenerazionali.

Impatto politico e sociale

Sul piano politico la riforma fu letta come un ampliamento della sfera democratica, con effetti sulla composizione dell'elettorato e sul peso elettorale dei giovani. Socialmente, il provvedimento ha accelerato un processo di riconoscimento della autonomia giovanile, contribuendo a ridefinire ruoli, aspettative e percorsi di emancipazione. Allo stesso tempo si generarono dibattiti critici sulle responsabilità che accompagnano la maggiore età e sulla necessità di misure di supporto per una transizione adulta efficace.

Eredità e valutazioni a distanza di 51 anni

A oltre 51 anni dall'entrata in vigore della riforma, il bilancio mostra risultati multipli: da una parte l'abbassamento dell'eta della maggiore età ha favorito una più ampia partecipazione civica e una rapida integrazione dei giovani nelle pratiche pubbliche; dall'altra ha messo in evidenza limiti strutturali, come la difficoltà di accesso al lavoro stabile e alla casa che possono ridurre la reale autonomia socio-economica dei neo-maggiorenni.

Il cambiamento ha inoltre influenzato successive riforme in materia di famiglia, diritti individuali e tutela dei minori, consolidando l'idea che la soglia dei 18 anni sia il punto di riferimento per la capacità di agire nella vita civile.

Criticità e prospettive

Nonostante il valore simbolico e pratico della riforma, permangono questioni aperte: la discrepanza tra capacità legale e condizioni materiali dei giovani, la necessità di politiche pubbliche per sostenere l'ingresso nel mondo del lavoro e la domanda di educazione civica più efficace. La riduzione della maggiore età ha sollevato dunque non solo opportunita ma anche la responsabilità di accompagnare i giovani con politiche sociali e formative adeguate.

La memoria del 6 marzo 1975 rimane un punto di riferimento per comprendere come il diritto possa rispondere alle trasformazioni sociali e per interrogarsi su quali ulteriori misure siano necessarie oggi per garantire che la maggiore età non sia solo un atto formale ma una effettiva condizione di autonomia e cittadinanza.

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