Quando i selfie si facevano nella fotoautomatica: ricordi in bianco e nero che non tornano più
Prima dei selfie c’era la fotoautomatica: tende chiuse, risate trattenute e ricordi in bianco e nero diventati eterni.
Un piccolo spazio, mille emozioni
Prima degli smartphone, prima delle fotocamere digitali, prima di Instagram, i selfie si facevano così: entrando in una fotoautomatica. Una cabina stretta, una tendina da tirare, una luce improvvisa e pochi secondi per decidere come mettersi.
Chi è cresciuto tra gli anni ’60, ’70, ’80 e ’90 lo ricorda benissimo. Ci si infilava dentro in due, tre, a volte anche in quattro, ridendo, cercando di stare nell’inquadratura. Non c’era possibilità di rivedere la foto, né di cancellarla: quello scatto era definitivo, vero, senza filtri e senza seconde possibilità.
Il rito prima dello scatto
La magia stava tutta nell’attesa. Si infilavano le monete, si leggeva il cartello con le istruzioni, poi il conto alla rovescia. In quei pochi secondi si decideva tutto: un sorriso serio, una smorfia, una linguaccia, un bacio rubato.
La fotoautomatica non era solo una macchina: era un rifugio segreto, un posto dove essere sé stessi. Amici, fidanzati, coppie appena nate… tutti hanno lasciato un pezzo della propria giovinezza dietro quella tendina.
Ricordi che oggi valgono più di mille selfie
Riguardarle oggi fa un certo effetto. Quelle immagini in bianco e nero raccontano storie vere: amicizie, primi amori, giornate spensierate. Non erano foto pensate per essere mostrate a tutti, ma ricordi personali, fatti per restare.
In un’epoca in cui si scattano centinaia di foto al giorno, la fotoautomatica ci ricorda che una sola immagine, se vissuta davvero, può valere molto di più. Era il selfie prima dei selfie, ma soprattutto era memoria pura.
Una curiosità che pochi conoscono
Non tutti sanno che le fotoautomatiche nacquero già negli anni ’20, ma in Italia divennero davvero popolari nel dopoguerra. Erano spesso collocate vicino a stazioni, cinema e piazze centrali.
Il dettaglio sorprendente? Le foto uscivano in sequenza, quattro scatti identici ma mai uguali: bastava un battito di ciglia o una risata improvvisa per rendere ogni fotogramma diverso. È proprio questa imperfezione ad averle rese così preziose nel tempo. Oggi quelle strisce di foto sono documenti emotivi, conservati nei portafogli, nei diari, tra le pagine dei libri.