Le vecchie siringhe di vetro: quando una puntura era tutta un’altra storia

Le siringhe di vetro e gli aghi riutilizzabili: un ricordo della medicina di un tempo che oggi sembra appartenere a un altro mondo.

17 settembre 2026 09:25
Le vecchie siringhe di vetro: quando una puntura era tutta un’altra storia -
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Quando la siringa non si buttava dopo una puntura

Per chi è cresciuto tra gli anni ’50, ’60 e ’70, questa immagine può risvegliare ricordi non proprio piacevoli, ma sicuramente indelebili. Prima che le siringhe monouso diventassero la normalità, erano infatti molto diffuse quelle realizzate in vetro, robuste e pensate per essere utilizzate più volte. Venivano conservate nelle loro custodie insieme agli aghi e, dopo l'impiego, dovevano essere accuratamente sterilizzate. Per molti bambini bastava vedere quella scatolina metallica comparire sul tavolo per capire immediatamente cosa stava per succedere. La puntura faceva paura già prima di arrivare, e non c'erano confezioni colorate o dispositivi moderni a renderla meno impressionante.

La siringa che bolliva nella pentola

Uno dei ricordi più caratteristici riguarda proprio la sterilizzazione. Siringhe di vetro e aghi venivano sottoposti a bollitura, una pratica utilizzata per ridurre il rischio di contaminazione prima del successivo impiego. Nelle case in cui le iniezioni venivano praticate da un familiare esperto o da qualcuno che si recava a domicilio, poteva quindi capitare di vedere preparare tutto l'occorrente direttamente in cucina. Era un'immagine perfettamente normale allora e quasi surreale oggi. Anche gli aghi erano molto diversi da quelli moderni: venivano riutilizzati e con il tempo potevano perdere parte della loro affilatura, rendendo l'iniezione decisamente meno confortevole. Chi ha qualche anno in più probabilmente ricorda ancora quella frase pronunciata per tranquillizzare i più piccoli: “Non sentirai niente”. E quasi mai veniva creduta.

Il medico e le cure avevano tutto un altro rituale

Anche il rapporto con le cure domestiche era differente. Il medico poteva arrivare a casa con la sua borsa, mentre in molte famiglie c'era qualcuno conosciuto nel quartiere che “sapeva fare le punture”. Si preparava il cotone, l'alcol, la fiala del medicinale e naturalmente la siringa. Ogni gesto aveva il suo ordine e per un bambino quell'attesa sembrava interminabile. Non esisteva ancora la cultura dell'usa e getta alla quale siamo abituati: moltissimi strumenti erano costruiti per durare e venivano puliti, sterilizzati e riutilizzati. Quella vecchia scatola di metallo racconta quindi molto più di una semplice pratica medica: racconta un'Italia nella quale anche curarsi significava seguire piccoli rituali familiari che oggi sono quasi completamente scomparsi.

Una curiosità: perché si passò alle siringhe monouso

La grande trasformazione arrivò con la diffusione delle siringhe sterili monouso in plastica, che nel corso della seconda metà del Novecento sostituirono progressivamente quelle riutilizzabili in vetro. Il vantaggio non era soltanto la praticità: utilizzare una siringa nuova e sterile per ogni paziente contribuiva soprattutto a ridurre i rischi legati a una sterilizzazione inadeguata e alla trasmissione di infezioni. Le vecchie siringhe di vetro finirono così poco alla volta nei cassetti, nelle soffitte o tra gli strumenti da collezione. Eppure basta rivederne una, insieme a quegli aghi nella scatolina metallica, perché molti tornino immediatamente bambini. Magari con un piccolo brivido e con la certezza che, almeno in questo caso, la nostalgia non significa necessariamente voler tornare indietro.

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